domenica, 14 febbraio 2010
domenica, 24 gennaio 2010


Nel pugilato, uno sport molto diverso dal calcio, dove l'orgoglio è spesso espresso a livelli smisurati, ci sono delle regole rigide che tutelano i combattenti. Anche da loro stessi. Ad esempio, se uno dei pugili è gravemente ferito o non è in grado di continuare il match, l'arbitro sospende l'incontro indipendentemente dalla sua volontà. Questo avviene perché, molti boxeur, si farebbero ammazzare prima di gettare la spugna da soli.
Nel calcio, che non è il pugilato, il compito di sospendere un "massacro" è solitamente delegato ai dirigenti della società. Sono loro ad avere il dovere di intervenire per evitare che un allenatore o un giocatore porti l'intera squadra verso il suo personale baratro.
Nella Juventus questo naturale ingranaggio sembra essersi inceppato. Già prima dell'inizio della partita con la Roma, Roberto Bettega metteva le mani avanti sul futuro di Ciro Ferrara, qualunque fosse stato il risultato della gara. Il neo vice-Direttore Generale ci ha messo la faccia, ma le sembienze vere di questa ostinata, disperata e cieca testardaggine hanno nella realtà un nome ed un cognome: quello Jean Claude Blanc.
E' sua la responsabilità se ieri sera siamo andati allo stadio, o ci siamo messi a guardare in tv Juventus-Roma, sicuri che nulla di positivo avrebbe potuto sorprenderci. Di questa Juventus d'altra parte, abbiamo già visto tutto, tanto questa sensazione di déjà vù ci ha ccompagnarci per tutto il soporifero primo tempo della gara. Quarantacinque minuti con poche azioni mal organizzate, una noia mortale.
Nella ripresa qualcosa era sembrato sbloccarsi con il gol in diagonale dell'inesauribile Alessandro Del Piero. Un lampo di magia che riscaldava i cuori gelidi degli juventini presenti all'Olimpico a -6 sotto zero, il solito colpo del fuoriclasse che tiene in piedi la baracca per un po'. Poi, ecco arrivare quello che già alla vigilia sembrava l'ineluttabile destino di questa annata disgraziata, il finale da incubo.
Totti segnava il calcio di rigore concesso in seguito all'atterramento di Taddei da parte di un Fabio Grosso da incriminazione. Noi tifosi abbiamo così dovuto sorbirci uno degli "zitti" der Pupone prima di zittirci da soli pochi minuti più tardi, quando Buffon si immolava per una causa persa falciando alla disperata quel rosso malpelo di Riise, diretto in porta. Espulsione. Dentro Manninger senza nemmeno il tempo di scaldarsi un po', fuori Del Piero. Ecco arrivare così l'ennesima scelta incomprensibile di Ciro Ferrara, forse quella della resa finale: tenere in campo un Amauri senza nulla da dire, per poi tornare sui suoi passi dieci minuti più tardi sostituendolo con Paolucci.
Il calcio non è la boxe, ma che la Juve a questo punto fosse alle corde non era difficile da capire. Lo percepiva anche il pubblico dell'Olimpico, ancora diviso tra la speranza che i bianconeri riuscissero a portare in salvo il loro punticino e quella solita, odiosa sensazione di déjà vù. Il cattivo pensiero che metteva i brividi anche a pochi minuti dalla fine e che si materializzava fatalmente nel corso del recupero.
Questa volta Grosso scompariva lettralmente dalla fascia, permettendo alla Roma il cross decisivo che finiva proprio sulla testa di Riise. Il norvegese saltava indisturbato e insaccava il pallone alle spalle di Manninger, ancora da sbrinare...
La aprtita finiva così, nell'esultanza dei giocatori della Roma. Nell'esultanza i cronisti norvegesi dell'Aftenposten e del Norway Post: "Rise affonda la Juve!". Soprattutto, nell'esultanza di Ranieri, che lasciava il suo ex stadio come uno spietato vendicatore.
Sulle gradinate ghiacciate rimanevano invece i pochi tifosi juventini che fino alla fine hanno preteso di farsi del male, magari domandandosi, con l'ultimo Borghetti in mano, se anche quell'ennesimo scempio rientrasse nei piani del misterioso Progetto del signor Blanc.
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Massim. |
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